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Giovanni Battista Bassani

Giona (1689)

Oratorio per cinque voci, archi e basso continuo

Libretto di Ambrogio Ambrosini

Giona, Carlo Vistoli

Speranza, Laura Antonaz

Obbedienza, Margherita Rotondi

Ensemble Les Nations

Clavicembalo e Direzione Maria Luisa Baldassarri

Tactus 640290

Schermata 2016-11-02 alle 16.07.41

La figura di Giovanni Battista Bassani, fra i più importanti musicisti della seconda metà del Seicento, sta finalmente uscendo alla scoperto nella sua grandezza, grazie ad alcuni Oratori incisi negli ultimi anni. Nato a Padova ma trasferitosi presto a Ferrara da dove giungono i primi documenti relativi alla sua attività di musicista, inizialmente presso l’Accademia della Morte della quale diventa maestro di cappella dal 1683, poi in seguito della Cattedrale cittadina, mentre nel 1682 sarà accettato come principe nell’Accademia dei Filarmonici di Bologna, carica che attesta la stima che lo circondava ai suoi tempi.

Anni fa recensii l’Oratorio “La Tromba della Divina Misericordia” che fu scritto proprio per l’Accademia della Morte, come per altro anche “La Morte delusa”, nel 1676, ed è la prima partitura di Bassani a noi giunta, perchè dell’oratorio “L’Epulone” dell’anno precedente con vi è traccia. L’Accademia era stata fondata nel 1592, ed era un cenacolo di artisti e musicisti, intorno ai quali si incentravava il dibattito intellettuale a Ferrara ma si legò ad una confraternita para-religiosa a fini assistenziali, la “Confraternita della Compagnia della morte ed orazione” che si occupava di dare sepoltura ed assistenza ai condannati a morte. Risulta chiaro che il tema della “Buona morte”, dell’aiuto religioso a chi aveva peccato e della Misericordia divina, che sollecitata dalle preghiere dei viventi, doveva portare l’anima peccatrice alla pace eterna, è il soggetto del libretto, molto ben scritto, con riferimenti dotti alla letteratura sacra, dal conte Rosselli, figura importante sulla scena letteraria ferrarese, così come La Morte delusa degli stessi anni.

Entrambe piuttosto che il classico oratorio basato su storie bibliche o agiografie di santi e martiri, sono una sorta di azione sacra, oratorio “morale” come potremmo definire, con il dialogo fra i personaggi allegorici ai quali aggiungere il Testo, che introduce gli argomenti. Entrambi gli oratori per le loro caratteristiche denunciano una preziosa originalità. Ad esempio nella Tromba della Divina Misericordia le particolarità iniziano  nella Sinfonia, che sebbene abbia inserito nell’ Allegro iniziale un tema presente in molti brani della stessa epoca per tromba, e come era usuale in molta musica emiliana coeva, non presenta in realtà nell’organico questo strumento, anche se squilli di tromba vengono suggeriti di continuo nella partitura. Un altro elemento interessante sembrerebbe essere la vasta conoscenza della musica del suo tempo, massimamente quella veneziana, con frequenti riferimenti alla musica di Cavalli e ai suoi bassi ostinati, che però da lamenti prendono un incredibile afflato patetico.

Mi sono quindi accostata al Giona con tutta la curiosità e la speranza di vedere confermato questo giudizio lusinghiero sull’autore che tanto avevo apprezzato nei due oratori precedentemente ascoltati.

Devo dire che questo Giona supera ogni mia più rosea speranza. E’ un vero capolavoro. Io prendo in analisi l’incisione per la Tactus dell’Ensemble Les Nations di Maria Luisa Baldassarri che già aveva dato ottime prove con altre incisioni di autori bolognesi come Giacomo Perti e Giovanni Paolo Colonna.

L’oratorio Giona fu scritto per la la corte di Modena di Francesco II d’Este, che da grande uomo di cultura ee erudito musicofilo predilegeva il genere oratoriale, commissionando Oratori ai più grandi musicisti italiani , alcuni bolognesi o modenesi ma come testimonia il caso di Stradella anche di altri parti d’Italia, cercando ovunque l’eccellenza. L’oratorio fu composto nel 1689, anno particolare per il ducato, prima per la nascita dell’erede Stuart, figlio della sorella del duca Maria Beatrice d’Este e di Giacomo II Stuart re d’Inghilterra, che in seguito saranno però cacciati dall’Inghilterra per la loro volontà di non abbandonare la religione cattolica ed esiliati, mentre sul trono d’Inghilterra con la Gioiosa Rivoluzione saliranno la figlia Maria e Guglielmo d’Orange suo sposo. In tutti gli oratori eseguiti a corte in quell’anno c’è sicuramente un riflesso più o meno diretto al tragico avvenimento in cui era incorsa la Casata, come il San Sigismondo, re di Borgogna di Gabrielli,  e la Santa Beatrice d’Este di Lulier. Fra i tanti, addirittura due oratori dedicati alla figura biblica di Giona, uno di Giovanni Battista Vitali, l’altro di Giovanni Battista Bassani su libretto di Ambrogio Ambrosini. La ragione  probabilmente è legata alla tematica espressa dal Libro di Giona tratto dalla Bibbia ed episodio saliente di un ravvedimento in nome dell’Obbedienza a Dio. La vicenda infatti racconta come Giona venga comandato da Dio di redimere gli abbietti e corrotti abitanti di Ninive. Giona però non vuole  obbedire a questo comando convinto dell’impossibilità di una redenzione laddove alberga l’empietà, e salpa con una nave diretto a Tarsis, ma durante la traversata una terribile tempesta si scatena e Giona ammette ai compagni di sventura di aver disubbidito al comando divino. Così perchè la nave si salvi egli deve essere gettato in mare. Qui viene inghiottito da un grosso pesce (una balena secondo tradizione successiva) e Giona si trova per tre giorni nel ventre dell’animale, pregando Dio e promettendogli di adempiere al comando. Per questo suo pentimento viene salvato da Dio, rigettato sulla spiaggia per recarsi a Ninive dove convertirà tutti gli abitanti compreso il re.

Per questo Oratorio Bassani poteva contare su un organico fuori del comune: il munifico duca aveva nella propria cappella nel 1689, 29 unità tra maestri, cantanti (otto) e strumentisti, ai quali di volta in volta potevano aggiugersi altri musicisti di valore. Esso rappresentava il debutto di Bassani alla prestigiosissima corte di Modena, anche se non conosciamo l’occasione legata alla prima e dove fu realmente eseguito essendo diverse le residenze e i Luoghi musicali fra Modena, Reggio e Sassuolo. Conosciamo sicuramente la data, la Pasqua del 1689, e gli estensori delle note informative danno come possibile luogo l’Oratorio di S. Carlo Rotondo a Modena.

Comunque dai documenti del Fondo estense nell’Archivio Statale di Modena ritroviamo il lavoro del copista Andrea Sarti, che ricavò le parti per i ruoli. Un complesso abbiamo detto molto corposo, dei 53 pezzi chiusi solo otto sono accompagnati dal solo basso continuo, gli altri sono affidati ad un organico a cinque parti: due violini, due viole e continuo. Sicuramente la scrittura molto virtuosistica di Bassani risiede anche nelle grandi possibilità che gli offriva questo organico sia strumentale che vocale. Da altre più certe esecuzioni conosciamo il nome degli interpreti, tutti virili, al servizio del duca: Antonio Cottini, un basso molto quotato all’epoca, al quale probabilmente furono affidate le arie molto virtuose del ruolo del Testo, il contralto Giovanni Francesco Grossi, i soprani Faustino Marchesi e Giovanni Battista Vergelli detto il Battistino. All’anonimo interprete del ruolo di Speranza furono affidate le tre arie introduttive dell’oratorio, cosa piuttosto rara che forse si spiega con una particolare predisposizione del Duca per un cantante di grande valore.

Come sempre in questo tipo di oratori, la vicenda del principale protagonista , in questo caso il profeta Giona, serve per dare vita ad un contraddittorio morale fra personaggi allegorici qui, Speranza e Obbedienza, il Testo che tiene le fila del discorso narrativo, Atrebate che è il nocchiero della nave e il Profeta.

Già dalla Sinfonia in tre tempi la superba scritura del Bassani soprattutto per le parti per violino ha modo di mostrarsi in tutta la sua eccellenza. L’aria successiva dopo il primo intervento del Testo, che introduce Speranza, è di una struggente bellezza “Pupille piangete”, un aria dal canto spianato accompagnata dai violini, che si inanella subito con le due successive, separate da recitativi ariosi, una più concitata e virtuosistica, l’altra più patetica. Una complessa struttura che alterna arie con il da capo, ariosi, ritornelli strumentali a cui segue un’aria virtuosistica del Testo con una parte centrale di estrema dolcezza patetica.

Giona risponde con un’aria di cantabilità spianata “Non ha trono la clemenza” tripartita, di una bellezza struggente che dà modo all’interprete di far sfoggio di tutta la sua sensibilità intepretativa. Anche in questo caso Giona continua in un’altra aria “Quante volte con lingua di foco”, quindi questo tipo di struttura articolata diventa una costante dell’intero Oratorio.

Si pone a questo punto un duetto fra Obbedienza e Giona , splendido con effetti di eco, di veneziana memoria. Un’altra aria patetica ci offre un Giona sempre più indeciso “Core misero, misero cor”. Segue forse una delle arie più belle del Testo: estremamente virtuosistica, con colorature audaci per un basso “Cruda sirte e duro scoglio”, così come nella seconda parte “Quando ride l’innocenza”.

Conclude la prima parte un dialogo molto lungo e complesso tra Giona, la Speranza e Obbedienza, con queste ultime spesso con un canto a due.

La seconda parte si apre con una bellissima sinfonia in due tempi basata sul dialogo fra i due violini con il Testo che introduce la parte più narrativa dell’Oratorio con Atrebate e il coro di  marinai atterriti per la tempesta. Nell’aria alternata dal coro  di Atrebate “Si terribile, tant’orribile” lo stile concitato predomina, mentre il coro intona un madrigale.

Giona viene risvegliato da Atrebane che individua in lui il colpevole del prossimo disastro. Giona intona un lamento struggente e lirico “Chi mi sveglia? Dove sono” accompagnato dai violini all’unisono. L’aria “Giustissimo Nume perdono pietà” muove gli affetti fin quasi al pianto, ed è seguita da un arioso e da un’altra aria patetica accompagnata da un primo violino incredibilmente virtuoso.

Speranza ed Obbedienza intonano la stessa aria nel finale a due, e finalmente Giona si pente e si salva.

Un madrigale di grande sapienza contrappuntistica conclude l’Oratorio.

Da questa serrata analisi spero si comprenda che si tratta di una composizione stupenda, articolatissima, con delle straordinarie originalità rispetto alla consueta scrittura contemporanea oratoriale.

L’esecuzione dell’Ensemble Les Nations di Maria Luisa Baldassarri è di buon livello.

Il vero grande protagonista è il Giona di Carlo Vistoli che avevo già apprezzato nel San Crisostomo di Stradella, una bellissima voce da controtenore alto, non a caso ho visto nel suo singolo in uscita in questi giorni dedicato al castrato Nicolini sul quale probabilmente avrò modo di tornare, ci sono molte arie dal Rinaldo di Handel, molto intensa nell’espressività e nella capacità di movere gli Affetti, anche se in questo Oratorio il suo personaggio non ha arie particolarmente virtuose, ma in gran parte di canto spianato, però molto liriche.  Bravissimo come sempre Mauro Borgioni nel suo ruolo di Testo dalle arie ricchissime, viceversa, di virtuosismi e bravi i soprani Laura Antonaz Speranza e Margherita Rotondi. La direzione corretta e senza sbavature di Maria Luisa Baldassarri non fa rimpiangere letture più sanguigne di questo genere oratoriale. Un bel disco ma soprattutto un’opera straordinaria che consiglio a tutti di ascoltare.

Isabella Chiappara Soria