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Alessandro Stradella

Santa Pelagia, oratorio per 4 voci e basso continuo

Ensemble Mare Nostrum

direttore Andrea De Carlo

CD Arcana/Outhere A431

Schermata 2016-11-02 alle 16.07.41

Meglio meno ma meglio

Quale Pelagia? Le antichissime tradizioni della Cristianità orientale ci presentano due sante omonime vissute nella stessa città: Antiochia, l’opulenta e corrotta metropoli della Siria. Ma la prima, vittima della persecuzione di Diocleziano, sarebbe morta quindicenne lanciandosi dalla finestra per sfuggire alla cattura, mentre la seconda, come si legge nella Vita Sanctae Pelagiae meretricis (Migne, Patrologia Latina 73) era famosa per essere “la prima delle attrici di Antiochia”, nonché impudica danzatrice e cortigiana assai ricercata. Indotta al pentimento dalle ammonizioni dal vescovo Nonno di Edessa (sec. V), Pelagia seconda si fece battezzare e trascorse il resto della vita da anacoreta in una spelonca sul monte degli Ulivi a Gerusalemme. L’anonimo autore del libretto prosciugò ulteriormente il soggetto facendone un’astratta disputa di valori fra Pelagia, Nonno e i personaggi allegorici Mondo e Religione, come a dire: il diavolo e l’acqua santa. Alle peccaminose vanità si contrappongono la natura effimera della bellezza e i terrori del giudizio finale. Temi ripresi da Händel ne Il trionfo del tempo e del disinganno (Roma, 1707); ma Stradella e il Caro Sàssone erano capaci di estrarre tesori musicali, non che da una predica morale, perfino dalla lista della spesa.

Il presente CD, registrato nel settembre dell’anno scorso nel quadro del IV Festival “Alessandro Stradella” di Nepi (Viterbo), è la sua seconda incarnazione moderna, preceduta nel 2007 dalla versione dell’ensemble torinese “I Musici di Santa Pelagia” (Stradivarius). L’esame comparativo delle due registrazioni deve dar conto di una sostanziale novità: mentre la prima si basava fedelmente sulla lezione trasmessaci dall’unicum manoscritto di Modena (Bibl. Estense, F. 1127), la seconda espunge le parti di due violini e una viola riducendo il tutto al formato di un “oratorio da camera” per sole voci e basso continuo. Decisione audace ma non del tutto infondata visto l’evidente scarto stilistico fra la scrittura delle parti di archi – soprattutto nelle cadenze e nel carattere scolastico delle imitazioni – e l’ampio sviluppo cantabile delle frasi vocali, più lirico che veramente drammatico. Peccato solo per il taglio della Sinfonia iniziale, non destituita di pregio. Si potrebbe pensare a uno Stradella ancora inesperto e/o costretto a collaborare con colleghi di minor talento? Oppure ad aggiunte posteriori in occasione delle riprese modenesi di un oratorio composto per Roma, come sostiene Andrea de Carlo per giustificare il suo restauro? Difficile decidere, anche perché nulla sappiamo della committenza di questo lavoro la cui datazione, in mancanza di riscontri documentari, potrebbe collocarsi fra il 1671 e il 1677.

Certo è che il risultato udibile non manca di fascino e non dà affatto l’impressione di un quadro mutilato per eccesso di filologia disgregatrice. In primo luogo per merito di un agguerrito quartetto di vocalisti. Nel ruolo di Pelagia il soprano Roberta Mameli sposa competenza stilistica e generoso volume senza strilli né squittii; con buona pace di chi pensa che il barocco sia una riserva di caccia   per vocette povere di proiezione. Sergio Foresti, basso-baritono di lungo corso, governa con sommo aplomb le flautate seduzioni e le diaboliche sfuriate che Stradella affida al personaggio di Mondo. Due voci maschili più leggere – il controtenore Raffaele Pé qui alle prese con una scrittura che insiste sul suo pastoso registro centrale, e il tenore Luca Cervoni, destinatario di stratosferiche agilità in tessitura acuta – cantano rispettivamente la Religione e il santo vescovo Nonno, propugnatori della virtù. Tutti poi abilissimi a sottolineare con chiara dizione gli affetti del testo negli estesi recitativi, come pure a navigare le frequenti transizioni fra arioso, aria e concertato.

L’opulenta sezione di continuo è formata da arciliuto (l’estroso Simone Vallerotonda, una garanzia), due tiorbe, arpa tripla, violoncello, viola da gamba, cembalo e organo. Così garantita la varietà timbrica, De Carlo modula lo spessore del tessuto sonoro ottenendo effetti sorprendenti. Esemplare a tal riguardo il finale della Parte prima: una lunga scena a solo di Pelagia dove la sezione “Sono i crini aurati stami” fa circolare voce umana e accompagnamento in un serpentino intrecciarsi di linee rispondente alla virtuosistica poliritmia del verso e alle sue capziose figure retoriche.

Carlo Vitali