A scuola di bel canto, ricordando Celletti

di Carlo Vitali

Martina Franca / Palazzo Ducale

Giacomo Meyerbeer: Margherita d’Anjou

Prima rappresentazione scenica in tempi moderni: 29 luglio 2017

Direzione musicale: Fabio Luisi, regia: Alessandro Talevi, Scene e costumi: Madeleine Boyd, maestro del coro: Corrado Casati. Solisti: Giulia De Blasis (Margherita), Gaia Petrone (Isaura), Anton Rositskiy (Duca di Lavarenne), Laurence Meikle (Carlo Belmonte), Marco Filippo Romano (Michele Gamautte), Bastian Thomas Kohl (Riccardo, duca di Glocester) e altri.

Orchesta Internazionale d’Italia, Coro del Teatro Municipale di Piacenza, compagnia di danza Fattoria Vittadini.

Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria.

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Antonio Vivaldi: Orlando Furioso RV 728

recita del 31 luglio 2017

Direzione musicale: Diego Fasolis, regia: Fabio Ceresa, scene: Massimo Checchetto, costumi: Giuseppe Palella. Solisti: Sonia Prina (Orlando), Michela Antenucci (Angelica), Lucia Cirillo (Alcina), Loriana Castellano (Bradamante), Konstantin Derri (Medoro), Riccardo Novaro (Astolfo), Luigi Schifano (Ruggiero).

Ensemble I Barocchisti con strumenti originali, compagnia di danza Fattoria Vittadini.

Coproduzione con la Fenice di Venezia.

Schermata 2016-11-02 alle 16.07.41

Nel 2017 l’illustre vociologo Rodolfo Celletti compirebbe cent’anni. Il festival pugliese che a lui deve la vita ha pensato di ricordarlo dedicandogli la sua 43.a stagione e un premio a lui intitolato, andato quest’anno al tenore messicano Ramón Vargas. Altri centenari eccellenti riguardavano, com’è noto, la nascita di Monteverdi (1567) e la prima edizione dell’Orlando furioso di Lodovico Ariosto (1517). Così impigliata nei doverosi tributi alla memoria, la direzione artistica di Alberto Triola ha un po’ negletto i tradizionali assi portanti della programmazione: nessuna nuova commissione, e per le glorie settecentesche della locale scuola apulo-napoletana ci si è dovuti accontentare di una produzione studentesca de Le donne vendicate di Niccolò Piccinni, opera buffa del 1763 su libretto di Goldoni. Ma è comunque una gran bella scuola quest’Accademia del Bel Canto “Rodolfo Celletti”, che sotto la guida di docenti come Alessandro Patalini perfeziona ogni anno giovanotti e giovanotte di bellissime speranze. C’è da giurare, solo per fare un esempio recente, che risentiremo parlare presto della barese Cristina Fanelli, ventunenne Ninfa nell’omonimo Lamento monteverdiano dall’Ottavo Libro de’Madrigali.

Pescando nel cartellone fra il Ballo delle Ingrate, lo sfortunato Giorno di regno verdiano, il pucciniano Gianni Schicchi e l’Orlando furioso di Vivaldi – riscoperta dell’altroieri (Verona 1977; to’, altra ricorrenza da festeggiare!) – agli appassionati di riesumazioni restava una sola ma ghiotta opportunità: quella Margherita d’Anjou che, debuttando alla Scala il 14 novembre 1820, fruttò a Jakob alias Giacomo Meyerbeer, ebreo berlinese in trasferta per imparare il mestiere in Italia, il suo primo vero successo operistico.

margherita-danjou_sfilata-di-moda

A dire il vero, l’onore del primo allestimento scenico in tempi moderni doveva toccare all’Opera di Lipsia, che nel 2005 aveva progettato di affidarne la regia alla discussa signora Katja Czellnik. Ma il suo Konzept di trasportare l’azione ad un mondo sgallettato di palestrati e stelle mediatiche destò malumori nel cast, sicché alla fine ne saltò fuori un’esecuzione in forma di concerto. La pensata ha fatto breccia sul collega italo-sudafricano Alessandro Talevi, uno che proclama la sfiducia propria e del pubblico verso il genere semiserio (e il Don Giovanni di Mozart, allora?). Lo dice lui, e tanto basta.

(scena da Margherita d’Anjou, sfilata di moda. Foto di: Paolo Conserva)

Così butta nel cestino il libretto di Felice Romani, romanzone pseudostorico sulla Guerra delle Due Rose, e gli sostituisce un rifacimento del film Il Diavolo veste Prada: Margherita d’Angiò, la vedova di Enrico VI d’Inghilterra (vedi Shakespeare) diventa una regina della moda in guerra col malvagio zar mediatico “Glocester” (sic, vedi ancora Shakespeare, Riccardo III) per conservare il trono a suo figlio, il principino Edoardo. Gli eserciti francese e scozzese si cambiano in schiere di fanatici della moda, coristi, danzatori e comparse conciati in un misto di Rinascimento-Highlander-Punk da far spiritare i cani. Li vedi sciamare in qua e in là fra il red carpet della London Fashion Week e uno studio televisivo dove va in onda un reality show sui tormenti coniugali dei VIP. E nell’ultimo atto, deposti i panni reali e curiali, eccoli avvolti in bianchi accappatoi a bighellonare in una stazione termale con annesso campo da golf. Nessuna meraviglia se la povera Margherita finirà per stendersi sul divano dello psicoanalista.

Il tutto realizzato da Talevi e collaboratori con molta professionalità, ritmo, coerenza nei dettagli; però ci si può domandare se per un’opera fuor di repertorio simili esercizi decostruttivi servano ad illuminare “criticamente” o piuttosto ad alienare del tutto il pubblico. Una buona fetta del quale, smentendo chi presume di parlare a nome suo, ha buato il regista alla passerella finale, mentre ha riservato applausi cordialissimi ai musicisti. Specialmente alle due primedonne in boccio: il soprano Giulia De Blasis nel ruolo eponimo e il mezzo Gaia Petrone, sua rivale in amore nonché intestataria del pirotecnico rondò finale. Entrambe dotate di ampia estensione, registri ben connessi e intelligenza interpretativa; se si parla di coloratura, requisito cruciale in questo repertorio, soprattutto la De Blasis potrà far meglio in futuro. Marco Filippo Romano, basso buffo di tecnica rifinita e contagiosa vis comica, saliva sul podio dei vincitori nei panni del ciarlatano Gamautte. Fabio Luisi spingeva a briglia sciolta le masse musicali oltre le insidie di una partitura che sposa con successo una frastagliata vocalità rossiniana a sapienti tessiture sinfonico-corali di fattura germanica. Peccato non abbia ammonito i solisti (specie lo stratosferico tenorino Anton Rositskiy nella parte di Varenne) che quando i sopracuti non sono scritti, o uno li realizza alla perfezione oppure è meglio astenersi.

***

Con l’Orlando furioso vivaldiano, altra serata di tutto esaurito, si tornava a calpestare terreni forse più risaputi ma meno stranianti. Dirigeva dal cembalo lo specialista Diego Fasolis, qui per la prima volta – se la memoria non c’inganna – alla testa dei suoi Barocchisti; potendo inoltre contare su un formidabile quartetto di mezzosoprani “storicamente informati”.

orlandofurioso_la-corte-di-alcinaSonia Prina, un Orlando imbronciato e peperino come al suo solito, non sarà la risposta italiana a Marilyn Horne (era il lontano 1978, e noi c’eravamo…); però entra nelle mutevoli sfumature psicologiche del personaggio, ha fraseggio flessibile e gestisce a dovere le agilità e il recitativo (almeno quel che ne resta dopo tagli abbastanza drastici). Insomma, ancora regge bene il ruolo nonostante qualche acuto un poco disseccato dal passare degli anni.

(scena da Orlando Furioso, La corte di Alcina. Foto di: Paolo Conserva)

Lucia Cirillo, seduttrice dall’occhio perverso e dalla coloratura diabolica come si addice a una maga, è la vera protagonista; canta più arie di tutti e si rigira attorno al dito mignolo il soave Ruggero del controtenore Luigi Schifano, cui toccano meritate ovazioni a scena aperta allorché, duettando col sospiroso flauto traverso di Stefano Bet, intona il suo dolcissimo e interminabile inno alla schiavitù sessuale “Sol per te, mio dolce amore”.

orlandofurioso_lippogrifoNon demeritano in nulla né l’altro falsettista Konstantin Derri nei panni di un gentile e tremebondo Medoro, né le quasi esordienti Antenucci e Castellano. L’unico maschio verace, il baritono Riccardo Novaro (Astolfo), completava un cast di alto livello con timbro caldo e dignitoso aplomb.

(scena da Orlando Furioso, l’Ippogrifo. Foto di: Paolo Conserva)

L’allestimento di Fabio Ceresa, che si rivedrà l’aprile prossimo alla Fenice, è una baroccheria al quadrato sulle orme del pioniere Pier Luigi Pizzi, ma ancor più colorato e cinematografico uso Mille e una notte. Tonnellate di gemme, costumi ricamati, corazze a sbalzo, macchine a spinta umana ed effetti speciali; un Ippogrifo molto coccolone, una gran luna di cartapesta, il gigantesco guerriero che monta di sentinella all’isola incantata di Alcina riportano il tutto ad un surreale clima di favola o di cartoon per infanti cresciuti.    

 

 

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