Roma Auditorium Parco della Musica – Sala Petrassi

2 Settembre 2017

Alessandro Stradella

La Doriclea

Opera per sei voci, due violini, e basso continuo

The Stradella project

Word premiere release

CAST VOCALE:

Emoke Barath – Doriclea

Xavier Sabata – Fidalbo

Giuseppina Bridelli – Lucinda

Gabriella Martellacci – Delfina

Luca Cervoni – Celindo

Riccardo Novaro – Giraldo

 Il Pomo d’Oro

Direzione :  Andrea De Carlo

Mise en espace :  Guillaume Bernardi

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La sera del 2 settembre si è inaugurata la quinta edizione del Festival Barocco Stradella alla sala Petrassi dell’Auditorium dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma con la ripresa in grande stile de La Doriclea opera di Alessandro Stradella, con Andrea De Carlo alla direzione dell’Ensemble Il Pomo d’Oro e un cast d’eccezione con Emoke Barath nel ruolo del titolo, Giuseppina Bridelli, Xavier Sabata, Luca Cervoni, Riccardo Novaro e Gabriella Martellacci  e con la mise en espace di Guillaume Bernardi.

L’opera di Stradella era già andata in scena nell’ottobre del 2015 nell’ambito dello Stradella Young Project, con la direzione di Andrea De Carlo alla guida dell’Ensemble Academia Aquilana, con la regia di Guillaume Bernardi e i costumi della scrivente. Il concorso di numerose istituzioni quali il Festival Stradella di Nepi, il Festival Grandezze e Meraviglie di Modena, il Conservatorio Andrea Casella del L’Aquila, l’Accademia di Belle Arti di Roma e il Centro di Musica Antica della Pietà dei Turchini resero allora possibile quello straordinario progetto di restituzione fedele e filologico dell’opera Doriclea , che si concluse al Teatro Torlonia di Roma dopo una lunga tournée. Ovviamente all’occasione non potei recensire la magnifica opera di Alessandro Stradella; la ripresa della sua esecuzione in forma di concerto, nell’intenzione di farne una edizione discografica, mi da finalmente la possibilità di parlarne nella diversa veste di critica e storica della musica barocca.

La Doriclea è forse l’opera meno nota del grande compositore nepesino ed è ritornata alla luce inizialmente grazie alle ricerche di Mario Tiberti che nel 1938 ne ebbe a scoprire la partitura nella Curia Vescovile di Rieti e soprattutto dalla recente riscoperta da parte di Lucia Adelaide Di Nicola, che ne ha curato anche la revisione critica. La paternità dell’opera è confermata da un inventario di musiche appartenute al musicista Giovan Battista Vulpio redatto nel 1705, recentemente scoperto da Eleonora Simi Bonini, che conferma la presenza di una partitura della “Doriclea opera di Stradella” nella sua ricca collezione di partiture musicali. Vulpio, cantante e ottimo amico di Stradella, era in stretti rapporti con i principi Orsini, da parte dei quali doveva aver ricevuto parte della sua collezione.  Lo stesso Stradella era stato in ottimi rapporti con la famiglia nobiliare romana, soprattutto con Lelio Orsini , su libretto del quale aveva messo in musica alcuni Oratori e Flavio Orsini del quale aveva messo in musica il libretto dell’opera “Il Moro per amore “.

Si potrebbe addirittura pensare alla stesura del libretto da parte dello stesso Flavio Orsini. Infatti in un’opera di erudizione bio-bibliografica stampata a Roma nel 1692 risulta fra i drammi scritti dal nobiluomo anche una Doriclea.

La Doriclea è un’opera estremamente originale nell’impianto drammaturgico e nella struttura narrativa e musicale, con personaggi affascinanti e giochi di ruolo intriganti. Si evince in particolar modo una straordinaria mésailliance con gli scenari della commedia all’improvviso e con il teatro contemporaneo, francese e spagnolo, forse dovuta alla modalità della sua composizione e soprattutto al tipo di committenza che la volle rappresentare.

Una lettera di Stradella a Flavio Orsini ci rende noto che il compositore nepesino scrisse l’opera nel 1681, un anno prima della sua precoce e tragica morte, e a Genova, ma non per il teatro Falcone, di cui era impresario, ma per una committenza privata, di grandissimo prestigio. Nella lettera, del 24 maggio di quell’anno, si parla di un’operetta da fare per l’estate di “spada e cappa”, per la villa e per il mare, promossa da un gruppo di aristocratici delle famiglie più importanti di Genova, gli Spinola, i Doria, i Serra, che, scrive Stradella, la vogliono fare “in tutta perfettione” con un cast di tutto rilievo con “le parti migliori che si possino avere in Italia, e fuori ancora”, con cantanti del calibro del basso romano Petriccioli “per la parte che vogliamo non ha eguale” (Giraldo) e il castrato Cortoncino, o Gioseppino di Baviera in alternativa, verosimilmente per Fidalbo, per il tenore Celindo il compositore indica tal Canavese, per il ruolo del titolo una “tal signora Margherita di Bologna che ha un applauso formidabile per tutti” e per Lucinda “una sua sorella giovinetta, che dicesi di gran spirito”. La buffa Delfina sarà “una vecchia” da Milano stimata assai per buona.

I personaggi quindi sono sei, quattro amorosi e due buffi se li esempliamo sul modello dei comici dell’arte. Sono Doriclea e Fidalbo, innamorati, Lucinda e Celindo, anch’essi amanti, Delfina e Giraldo. Si potrebbe quasi affermare che il libretto presenti delle fortissime componenti “istrionesche” edulcorate però nei modi e private del linguaggio scurrile e volgare dei lazzi delle maschere, mentre rimangono il gioco, il travestimento e spesso i doppi sensi, che conservano una traccia, dissimulata e scolorita della presenza dell’aura della vis comica, in quella “dissimulazione onesta” con la quale “l’angelo nero”, contraffà la sua immagine demonica per renderla accettabile al nuovo pubblico aristocratico e borghese, della corte e del teatro impresariale. Anche il teatro spagnolo di cappa e spada è sicuramente una componente importante, fondamentale la presenza del “gracioso” nel personaggio di Giraldo, così come le nuove regole del “decoro” teatrale alla francese, per la presenza di personaggi di nobili sentimenti e modi . Gli interpreti, tre donne e tre uomini, due soprani, due contralti di cui uno maschile, un tenore e un basso, nella straordinaria scrittura stradelliana si danno ad un canto ricco di contrasti, con luci ed ombre di dinamiche cromatiche che vedono il prevalere di arie e recitativi sia semplici che ariosi. Lo stile musicale vede intrecciarsi quello della scuola bolognese (Bononcini, Uccellini, Vitali) a quello romano che, come sempre in Stradella, asseconda i caratteri dei personaggi. La partitura prescrive due violini e basso continuo, da realizzarsi al modo consueto con clavicembalo, tiorba o arciliuto, viola da gamba, violoncello e violone.

Dalla lettera a Flavio Orsini si può presumere che la Doriclea abbia avuto una o più rappresentazioni in un teatro privato,  situato con probabilità in una villa suburbana, e quindi con modalità e forme sceniche tipiche della realtà di un mondo, quello aristocratico, diverso da quello del teatro pubblico borghese. Gli studi fatti da A.M. Goulet sulle fonti d’archivio della famiglia Lante per la rappresentazione a Roma dell’Arsate di Alessandro Scarlatti nel 1683 nel teatro privato degli Orsini a Pasquino, ci hanno confermato la realtà di un lusso sfarzoso nelle rappresentazioni di opere anche e soprattutto in contesti privati dove le famiglie principesche avevano modo di esprimere le proprie grandi possibilità economiche e la loro indubbia qualità nell’operare nella scelta per avere i migliori compositori, musicisti, cantanti, scenografi, decoratori e costumisti, seppur nella realtà di sale di palazzo o di villa di campagna, come sembra essere stato il caso per questa Doriclea di Stradella.

L’opera, come tipico di questo genere teatrale tanto in voga in quegli anni in Italia, è ricca di colpi di scena, di tradimenti, di gelosie, di travestimenti. In primo luogo i quattro amorosi sono estremamente diversi tra loro. Doriclea, la protagonista e Fidalbo, il suo innamorato, sembrano appartenere ad un mondo più cortese, elegiaco, e soprattutto la protagonista incarna un amore virtuoso ed onesto, a differenza di Fidalbo che si trova nelle condizioni di innamorarsi di Lucinda. Quest’ultima al contrario, è frivola e scostante in amore, edonista e disinibita, con un comportamento venato di libertinismo, mentre  Celindo, molto più costante dell’amante, sembra tratteggiare i modi di un nobile e signorile comportamento, mai abbandonando il suo amore per Lucinda. Infine i due buffi, sono l’incarnazione stessa della Commedia. Delfina, nei tratti di una ricca ma attempata zitella, piena di voglie mai represse, nella ricerca di un marito che le possa appagare, trova nel faceto Giraldo, servo di Lucinda, la persona che, nella prospettiva di un matrimonio appagante dal punto di vista economico, li soddisferà entrambi, facendo dimenticare le differenze di età e censo. Il personaggio di Delfina, nei suoi tratti di vecchia buffa, è il più attento al suo aspetto e al seguire determinate mode, che lei presuppone essere d’attualità, nel tentativo di potersi allineare alle parvenze di un ceto aristocratico, dal quale però la sua nascita o la sua età, o entrambe, la allontanano. Questa sua subalternità rispetto al ceto dominante la rende ridicola, le sue scelte appaiono eccessive, come anche il linguaggio che al pari di quello di Giraldo, il gracioso buffo alla spagnola, è il più ricco di doppi sensi e di un velato erotismo. I due buffi, entrano ed escono dalla scena apparentemente avulsi dal contesto amoroso dei personaggi nobili, ma in qualche modo motore interno dell’opera, soprattutto nel finale. D’altra parte la scelta di Stradella per un basso di grande rinomanza come Petriccioli, ci dice la grande importanza che Stradella voleva dare a  questo personaggio.

La vicenda è complessa anche per i continui colpi di scena. Doriclea che il padre vorrebbe sposare ad altri che il suo amante Fidalbo, nella sua sua disperazione decide di abbandonare la casa paterna e fuggire con l’amato durante una notte oscura. Lucinda e Celindo si promettono eterno amore, mentre Delfina incomincia la sua opera di adescamento amoroso verso il servo di Lucinda Giraldo , che invece è soltanto travagliato dai suoi problemi costanti di mancanza di denaro. Durante la progettata fuga notturna però Doriclea invece di Fidalbo , incontra Celindo , inizialmente scambiandolo per l’amato, che invece la aiuta dandole abiti maschili, trasformandola in Lindoro. In queste vesti viene scambiata per uomo da Lucinda che convinta che il suo amante Celindo l’abbia tradita, si innamora follemente di Lindoro. Lindoro/Doriclea e Celindo costanti nel loro amore sono disperati per aver perduto i rispettivi amanti. Fidalbo non avendo trovato all’appuntamentto Doriclea e convinto di essere stato tradito, decide di scegliersi una nuova amante in Lucinda, che però lo respinge. Contrappuntata dagli interventi dei due buffi, con la vecchia sempre più convinta di far proprio Giraldo e questi, che pur prendendola in giro per la sua bruttezza e vecchiezza,  incomincia ad essere attratto dalle sue sostanze. La vicenda prosegue con diversi incontri fra gli innamorati, fino al finale drammatico. Infatti  Fidalbo convinto di avere in Lindoro un avversario nei confronti di Lucinda lo vuole passare alla spada, mentre la stessa Lucinda respinta, ovviamente, da Lindoro/Doriclea , vorrebbe porre fine alla sua vita, nonostante Celindo continui a proclamarle il suo amore. Il disvelamento di Lindoro mentre Fidalbo infierisce contro di lei e Celindo accorre in sua difesa, pone fine agli scambi amorosi. Mentre Fidalbo , Doriclea, Lucinda e Celindo tornano agli antichi amori, Giraldo convinto dalla ricchezza della vecchia Delfina decide di convolare a nozze suo malgrado. 

L’esecuzione a cui abbiamo assistito è stata degna della bellezza dell’opera di Stradella, con arie magnifiche per i diversi personaggi, in particolare maschili, e splendidi duetti amorosi. 

Foto di: Valerio Nicolosi

Foto di: Valerio Nicolosi

Le arie, diverse con il da capo, e  con i violini ad accompagnare, sono in un canto spianato spesso patetico, come nella splendida aria di Celindo ,forse la più bella dell’intera opera “O pupille crudeli o stelle” ,interpretata in modo eccelso da Luca Cervoni e sempre affidata a Celindo alla fine del II atto, “Crudelissimi pensieri che il mio genio lusingate” in stile bipartito. Le arie, inframmezzate da ariosi e recitativi accompagnati dal continuo, spesso iniziano o terminano con ritornelli strumentali, nei quali i violini all’unisono e il continuo danno il loro contributo fondamentale. La scrittura strumentale dedica spazio anche a bellissimi duetti fra i diversi amanti, talvolta in stile concitato, in particolare un duetto fra Lindoro e Lucinda “Beltà che alletta non è possibile di non amar” , in tempo di ciaccona. Dei due personaggi femminili è sicuramente Lucinda ad apparire più delineata, sia a livello drammaturgico che musicale, con alcune splendide arie come”Adorato Lindoro e dove è dove sei” e “ Spera mio core che un sen costante” , interpretate in modo eccezionale da Giuseppina Bridelli.

lucinda e lindoro

Lucinda e Fibaldo. Foto: Valerio Nicolosi

I due buffi contrappuntano l’azione sia con recitativi che con brevi arie, che richiedono però soprattutto dal basso una grande capacità interpretativa, e dal contralto una certa vivacità attoriale per rendere credibile il suo personaggio. In effetti in questa opera più che al personaggio del titolo, Doriclea/Lindoro, un po’ opaca tranne che nella drammatica scena del disvelamento finale, Stradella dedica maggiore spazio interpretativo agli altri personaggi che risaltano con particolare vigore come  Lucinda e Celindo , anche per il loro diverso atteggiamento nei confronti dei rispettivi amanti. All’inizio del II atto a Fidalbo è affidata un’altra bellissima aria, con il da capo, nella quale si alternano canto spianato, ritornello strumentale, stile concitato, ritornello e di nuovo canto spianato. Questo modo di comporre le arie in modo  bipartito è tipico della scuola bolognese riscontrabile ad esempio negli oratori di Bassani.  Fidalbo ancora interpreta nel III atto un’altra splendida aria “Sospira cor mio”, un canto spianato patetico di estrema dolcezza.Comunque il gioco delle coppie, che ricorda tanto teatro skeakespiriano, a cominciare dal Sogno di una notte di mezza estate, è il motore che muove tutta l’opera e la mancanza di una messa in scena vera e propria rende forse un po’ complessa la ricezione dell’intricata trama. Anche qualche taglio operato per ovvie ragioni di tempo, l’opera supera le tre ore nella sua interezza, e qualche aria mancante nella stesura del libretto di sala, fra le quali quelle di Fidalbo magistralmente interpretate da Xavier Sabata e alla quale facevo riferimento in precedenza, complicano ulteriormente la lettura dell’opera.

L’esecuzione da parte dei cantanti è stata ottima. A cominciare da Giuseppina Bridelli nella parte di Lucinda , che conferma la sua eccellenza in questi ruoli interpretativi, una grande grinta accompagnata da un bellissimo timbro di soprano un po’ scuro, certamente non leggero. 

Lucinda. Foto di: Valerio Nicolosi

Lucinda (Giuseppina Bridelli). Foto di: Valerio Nicolosi

Emoke Barath, con il suo tibro cristallino, pur non avendo arie straordinarie interpreta molto bene il personaggio di Doriclea/Lindoro, e Gabriella Martellacci con la sua profonda e scura voce di contralto, rende bene il personaggio della vecchia Delfina. Dei personaggi maschili il Celindo di Luca Cervoni è eccezionale per sicurezza ed estensione nel canto spianato, la morbidezza del suo timbro tenorile rende indimenticabili le arie da lui cantate. Xavier Sabata è sicuramente a suo agio nel personaggio, le sue arie le canta nella giusta intonazione e maniera patetica, pur se il suo timbro da controtenore risulta un po’ sovrastato nei duetti. Riccardo Novaro con il suo bellissimo timbro di basso è però penalizzato dalla mancanza della messa in scena che avrebbe dato il giusto risalto buffo al suo personaggio, penalizzazione che colpisce anche la Delfina della Martellacci.

Doriclea/Lindoro. Foto di Valerio  Nicolosi

Doriclea/Lindoro e Andrea De Carlo. Foto di Valerio Nicolosi

Andrea De Carlo alla direzione dell’eccellente compagine de il Pomo d’Oro, con veri primi attori del loro strumento come Simone Vallerotonda all’arciliuto e chitarra barocca, Ludovico Minasi al violoncello, Andrea Bucarella al clavicembalo e Daniel Zapico alla tiorba, ha diretto come sempre con grinta e bravura dovuta alla sua solida conoscenza dello stile strumentale eccelso di Alessandro Stradella.

In ultimo la messa in scena estremamente minimale : un cambio di luci, tre mossette, un ventaglio , uno specchietto…

 

ISABELLA CHIAPPARA SORIA