Festival Stradella 2017:

tempo di bilanci e di prospettive

di Carlo Vitali

Diceva un filosofo cinese: “uno diventa due, due diventano uno”. Ma la fusione tra festival musicali è un caso meno frequente nel Bel Paese, dove la regola prevede piuttosto la concorrenza al coltello (o magari la secessione) tra manifestazioni che incidono tutte sul medesimo bacino di pubblico. In anni non lontani abbiamo assistito alla vicenda di Rovereto, con due o tre organizzazioni locali impegnate a rievocare i passaggi del piccolo Mozart nella ridente cittadina del basso Adige. Spesso e volentieri guardandosi in cagnesco e programmando cartelloni con dispettose sovrapposizioni di date. Perdurando la crisi finanziaria, vediamo ora nascere più caute pratiche manageriali. Era ora. È accaduto che da qualche edizione il Festival Barocco di Viterbo, gloriosa manifestazione con oltre un quarantennio di vita sulle spalle, minacciasse di naufragare sugli scogli dell’irrilevanza. Da alcuni dichiarato “morto” o quantomeno “in agonia” nel 2011 (1), non erano mancati i tentativi di resuscitarlo (2); ma dopo nuove polemiche e scambi di accuse (3) era venuta la decisione degli Amministratori comunali viterbesi di far tabula rasa del passato chiamando in soccorso il giovane Festival Alessandro Stradella di Nepi, circa 40 chilometri più a sud (4).

Ne è derivato un “distretto barocco” che si estende fino alla vicina Roma, assorbendo lungo il percorso alcuni centri storici della Tuscia come Vitorchiano, Tuscania e Caprarola; quest’ultimo col clamoroso miracolo architettonico del suo Palazzo Farnese. Un festival diffuso, e forse il maggiore del suo genere a livello nazionale, incentrato com’era logico sulla scuola musicale romana del Seicento. Diciamo Stradella, Corelli e dintorni. La sua prima edizione ha messo in campo dal 2 al 16 settembre: un’opera in tre atti, un oratorio, 17 concerti vocali e strumentali, conferenze, lezioni, masterclasses tenute da docenti di chiara fama internazionale. Oltre ai Comuni di Nepi, Viterbo e Caprarola, una schiera di sponsor e coproduttori con sede a Modena, Napoli, Roma, L’Aquila e Osimo ha contribuito al finanziamento, alla logistica e alla ricerca di nuovi talenti. A tirare i fili dell’operazione, artistici e non, è rimasto comunque il maestro Andrea De Carlo, che nelle cinque precedenti edizioni del festival nepesino era riuscito a mettere a punto una macchina bene oliata ormai in grado di funzionare a pieno regime. Ogni anno la nuova produzione di un’opera o un oratorio è varata nel quadro dello Stradella Y-Project (dove Y sta per “young”): i ruoli sono messi a concorso, si selezionano e si mettono alla prova i debuttanti o quasi. In seguito lo stesso titolo è riallestito con un cast di specialisti già affermati, registrato in studio nei giorni successivi alla prima, ed infine pubblicato su disco a cura dell’etichetta Arcana/Outhere. Fra la versione sperimentale e il rilascio del CD sul mercato trascorrono in media 26 mesi, durante i quali la produzione gira in tournée e si rifinisce nei dettagli. Nel frattempo un altro titolo in versione beta entra nella catena di montaggio, e così via fino al previsto esaurimento della produzione drammatica stradelliana. E poi? Sarà magari il turno delle cantate da camera, della musica sacra, di quella strumentale. Se Stradella fosse vissuto quanto Telemann, l’opera omnia sarebbe ultimata verso il 2050; ma anche così c’è poco da scherzare.

Quest’anno è toccato alla Doriclea, la riscoperta contesa a suon di citazioni in tribunale fra De Carlo ed Estebán Velardi, di fare ingresso in dirittura d’arrivo. Al Parco della Musica di Roma, Sala Petrassi, il 2 settembre. L’evento è già stato recensito su queste pagine da Isabella Chiàppara, per cui passiamo subito alla produzione Y, che il 15 settembre ha avuto per cornice un insolito luogo della musica: le antiche scuderie del citato Palazzo Farnese a Caprarola, oggi riconvertite a istituto scolastico con tanto di foresteria, teatrino e centro congressi. Come ci ha detto con ammirazione un visitatore francese: “Ma i Farnese trattavano così i loro cavalli?” Sì, forse meglio dei loro contadini. In scena, nella minimalistica mise en espace del canadese Guillaume Bernardi, nientemeno che La Susanna, capolavoro assoluto di quel sottogenere che i moderni studiosi etichettano “oratorio erotico”.

susanna_15-sett_caprarolaGuidava dal podio il maestro De Carlo, al primo violino la mercuriale polacca Ewa Anna Augustinowicz, al clavicembalo Lucia Adelaide Di Nicola, che in veste di musicologa lavora da tempo anche all’edizione critica della suddetta Doriclea. Tutti all’altezza i giovani interpreti vocali, con note di eccellenza per il tenore Roberto Mattioni (Secondo Giudice) e per il contralto Candida Guida (Testo). All’avvenente fanciullona napoletana non manca cosa alcuna in materia di bel colore brunito, estensione, agilità, volume e talento attoriale. Senz’altro più che matura per la serie A.                       (foto: La Susanna)

Nella quale soggiorna non da oggi il violinista Enrico Onofri, che per l’occasione ha cooptato dentro al suo Imaginarium Ensemble un altro emergente; anzi già emerso col botto grazie al suo primo CD Alfabeto falso. Parliamo di Simone Vallerotonda: virtuoso di liuto, chitarra, tiorba e quant’altro si vuole in fatto di cordòfoni pizzicati. Stradella, d’accordo; ma anche Giovanni Mossi e Ambrogio Lonati. Chi furono costoro? Si consulti il DEUMM o il Grove, e si vedrà che erano pianeti minori in orbita attorno al sole di Arcangelo Corelli nella Roma della svedese Cristina e del cardinale Ottoboni. Una scelta della sua Opera V, quella con la Follia, più qualche sonata dei predetti virtuosi-compositori, elettrizzava un folto pubblico riunito il 16 settembre nella chiesa rinascimentale di Santa Maria della Quercia a Viterbo. Pagine che, se lette in partitura, possono dare un’impressione di frigida simmetria, sotto l’archetto di Onofri fiorivano di estri ornamentali e volate furibonde. Una lezione di prassi esecutiva senza confronti con quanto il cronista abbia mai udito nel corso di decenni. Appena un paio di nomi possono reggere il confronto: Gunar Letzbor fra gli ultramontani, e fra i nostri un altro Enrico dal cognome felino. Avete presente?

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Ascoltiamo le due campane:

(1) http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getcomunicato&id=4880

(2) www.lafune.eu/nel-2016-torna-il-festival-barocco-sara-diretto-da-stefano-vignati/

(3) https://www.latuaetruria.it/news/611-vignati-il-festival-barocco-non-e-in-agonia-e-vivo-e-sara-a-tarquinia

(4) http://www.tusciaweb.eu/2017/04/torna-festival-barocco-viterbo-nepi/